In viaggio con William Congdon

Rimini, 18 maggio 2016. William Congdon Paesaggi (1949-1994). Percorso guidato e presentazione dell’opera.

A quasi 20 anni dalla scomparsa del celebre artista americano William Grosvenor Congdon (1912- 1998), la Collezione Berardi apre le porte ad un pubblico desideroso di conoscere un uomo e un pittore eccezionale. Oltre cento persone con gli occhi pieni di commozione, fissi su quelli di Congdon, intervistato nel suo studio pochi giorni prima di morire, mentre racconta la sua avventura umana, la scoperta di sé, del suo desiderio, della sua missione. “L’arte autentica”, afferma, “apre una ferita, è un’ avventura dello sguardo che non finisce mai”.
I Berardi conobbero William Congdon in occasione della mostra “Da New York a Calcutta e oltre” al primo Meeting di Rimini nel 1980. Lo ospitarono nel loro Hotel, il Cristallo, sul lungomare riminese, dove Congdon dipinse una serie di vedute marine e realizzò i suoi ultimi pastelli.
L’amicizia con “Bill” e la passione per l’arte portarono Leonardo e Madga Berardi a decidere di acquistare un dipinto da lasciare in eredità ad ogni figlio, Rimini #3 (1980) per Valentina, Sottomare #4 (1984) per Edoardo e Glicine (1989) per Raul. Edoardo porterà avanti la collezione familiare acquistando numerosi dipinti e impegnandosi nella raccolta di materiale, informazioni e opere grafiche, approfondendo non solo la conoscenza della pittura congdoniana ma anche il suo personalissimo rapporto con il reale, il suo sguardo profondo, insaziabile, tormentato, sempre teso a cercare quello che poteva soddisfarlo.
Il viaggio di Congdon inizia nel 1912, a Providence, dove cresce in una famiglia dell’alta borghesia industriale dell’east coast. Studia letteratura a Yale, dove frequenta circoli esclusivi, si interessa di musica e teatro, inizia ad avvicinarsi alle arti figurative. Ma questa vita apparentemente brillante non riesce a soddisfare l’animo inquieto del giovane Congdon, né riescono i valori del profitto e del successo ad ogni costo, la religione vissuta formalmente, i doveri dell’alta società. Questo disagio si trasforma presto in una insistente domanda di senso, di salvezza, di speranza, una ferita che lo accompagnerà per tutta la vita. L’esperienza della guerra in Africa e in Europa fa emergere in lui la consapevolezza di aver bisogno lui stesso di essere salvato dal male, dalla tragedia e dalla bestialità che sono proprie dell’uomo. Tornato in patria, decide di aprire uno studio a New York e di dedicarsi alla pittura. Si trasferisce nelle Bowery, uno dei quartieri più malfamati della città, dove si concentra sulle “cose”, le architetture deformate, violentate, simbolo dell’umanità ferita in cui il pittore si immedesima.
Un altro grande pittore americano, Edward Hopper (1882-1967), aveva intuito la profonda solitudine in cui era immersa la società americana, rappresentando uno spazio estraneo, deserto, inquieto, in cui l’uomo non può fare altro che attendere qualcosa che lo salvi dall’esterno, una luce eterna, infinita, che possa redimerlo. Ma Congdon va oltre, rompe letteralmente questo spazio, cercando un significato dentro il reale, in una lotta fisica con la materia. Si coinvolge completamente nell’azione pittorica, una pittura gestuale, violenta, l’ “action painting”, un atto spesso disperato da cui ci si aspetta che nasca qualcosa in grado di salvare sé e l’oggetto che si ha di fronte. Questo genere di pittura diventerà celebre come Astrattismo Americano, tra i cui protagonisti si annoverano artisti come Pollock, Rothko, Kline e Still. Congdon verrà spesso affiancato a questi artisti ma manterrà sempre un posto a parte, non diventando mai un pittore astratto. Nei suoi quadri, infatti, come hanno notato i suoi critici, il soggetto reale è sempre riconoscibile, seppur deformato, trasformato dal suo sguardo.
Nonostante lo straordinario successo ottenuto in questi anni e la crescente richiesta di quadri per prestigiose gallerie e musei, dalla Betty Parsons Gallery e il Metropolitan Museum alla galleria The Art of this Century di Peggy Guggenheim, Congdon decide nel 1949 di lasciare l’America e di trasferirsi in Italia, a Venezia. Qui esegue alcuni dei suoi più celebri capolavori, come Piazza San Marco (1958) o Laguna (1957), in cui il colore pastoso steso sulla tavola viene arricchito con polvere d’oro, che da una parte esalta la scintillante e misteriosa bellezza dei palazzi veneziani invasi dalla luce, mentre dall’altra viene minacciata da segni neri, incisi con violenza e resi ancora più evidenti dalle crettature, dai tagli e dalle rotture, una forza oscura che incombe sulla storia centenaria della città.
La permanenza nella città lagunare sarà interrotta da numerosissimi viaggi in Italia e nel mondo. Nell’affannata ricerca di se stesso, Congdon si reca ad Assisi, Orvieto, Pisa, Positano, poi a Parigi, in Messico, Yemen, si spinge ad Oriente, in Grecia, Turchia, India, nell’illusione di poter trovare un luogo che potesse dargli pace. Nell’estate del 1959, alla fine di un interminabile viaggio in Cambogia, decide di tornare nell’unico porto di salvezza che aveva intravisto nella sua vita, la piccola Assisi, “l’unico luogo veramente felice d’Italia”. Nella città di San Francesco aveva incontrato nel ’49 don Giovanni Rossi, fondatore della Pro Civitate Cristiana, dalla cui accoglienza e amicizia rimane folgorato tanto che, dopo dieci anni, decide di tornare ad abbracciarlo e di convertirsi alla Chiesa Cattolica. Pochi anni dopo deciderà di continuare l’esperienza cristiana seguendo don Giussani a Milano e poi nella Bassa Milanese con i Memores Domini, nella “casa” che non lo lascerà mai più solo.
La conversione capovolge la concezione del viaggio per Congdon: non è più il viaggio che genera la pittura ma è la pittura genera il viaggio. Ogni particolare della realtà che ha di fronte gli permette di cercare l’essenziale, la struttura ultima delle cose, e quindi di sé. Così l’arte non è più il frutto di un’introspezione psicologica per indagare la propria confusione interiore ma ciò che gli permette di rendersi conto che c’è qualcosa d’altro che sta creando lui e le cose. È un capovolgimento della sua esistenza e della sua arte. Fatta eccezione per la serie dei Crocefissi, una serie quasi indipendente della sua produzione pittorica, in cui il dramma della morte viene espresso con violenza ed energia proprie dei suoi primi paesaggi, il suo stile si trasforma: dalle struggenti vedute di Venezia (Piazzetta San Marco, 1952), Santorini (1955) e Cambodia (1959) giunge a riappacificate campiture di puro colore di Campo Sole (1991) o di Laguna #14 (1994), un piccolo dipinto prestato per l’occasione da un collezionista privato della città, che è stato realizzato negli ultimi anni di vita del pittore e che può essere considerato il manifesto della sua arte. Sulla sottile linea dell’orizzonte, tra cielo e terra, tra la distesa grigia del cielo e il bianco della soffice sabbia caraibica, si staglia una piccola macchietta di ocra scura, un relitto, in cui Congdon si immedesima, “una nave abbandonata all’estrema ultima compagnia”, quella del Mistero, diventato ora l’unica fonte di ispirazione della sua pittura. “La missione che abbiamo”, afferma Congdon, “è quella di scoprire il Mistero che ognuno è”. È l’affermazione della positività dell’essere, del reale, di sé e dell’altro, al termine di un cammino tormentato, drammatico e profondamente umano come quello di William Congdon, che permette “la nascita di una cultura nuova”, direbbe il suo amato don Giuss. Una testimonianza preziosa per noi, e quindi per tutti.
(Laura Staccoli, Portico del Vasaio, Rimini)

 

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