Da un’economia che uccide a un’economia per la vita

Conferenza con Andrea Tornielli

Il Centro Culturale “Il Portico del Vasaio” è stato tra gli organizzatori dell’incontro dal titolo “Da un’economia che uccide a un’economia per la vita” con la partecipazione di Andrea Tornielli, giornalista de “La Stampa”, per il ciclo di conferenze dal titolo “Beati gli operatori di pace” del Servizio Diocesano per il Progetto Culturale.

Cronaca dell’incontro
“Questa economia uccide”, dice Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, “non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in Borsa”.
Cogliendo la sfida continua di Bergoglio sul tema dei poveri e la sua domanda sulla possibilità di riformare il sistema capitalista, siamo andati a fondo del suo pensiero e della sua lunga esperienza in Argentina. A partire dal libro di Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi “Questa economia uccide”, siamo stati impressionati in particolare da un’intervista con padre Carlos (Charly) Olivero, uno dei preti ‘villeros’ che vivono alle periferie di Buenos Aires, con un mandato molto preciso dell’allora arcivescovo Bergoglio: “accogliete la vita e le vite così come vengono”. Lo abbiamo incontrato all’ultimo Meeting e intervistato.
Ha iniziato così a prendere forma l’incontro: “Da un’economia che uccide a un’economia per la vita”, organizzato dal Centro Culturale di Rimini Il Portico del Vasaio, l’Azione Cattolica e il Meeting per l’Amicizia fra i popoli, all’interno del Progetto Culturale della Diocesi riminese. Da una parte un sistema economico che uccide e riduce l’uomo “ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo” (Evangelii Gaudium), dall’altra faccia della medaglia le vittime di questo sistema che letteralmente “muoiono per avere una maglietta di Cristiano Ronaldo o le scarpette di Messi” (dall’intervento di padre Olivero al Meeting 2015). Qualcosa non torna però, basta guardare le facce di padre Charly e dei suoi ragazzi presenti a Rimini quest’estate: volti gioiosi, pieni di vita, di canti e balli, da fare invidia. E che contrasto con le immagini delle baraccopoli dove vivono, ma anche con la sempre più diffusa depressione del ‘comodo’ Occidente.
Sono ancora le parole del Papa a venirci in aiuto: per poter sostenere un sistema come il nostro e addirittura entusiasmarci “con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza: quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri (…) come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato”. (EG 46-47) Ed entra ancora più nel dettaglio: “aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità diventa sempre più evidente”.
Andrea Tornielli ci ha aiutato ad andare a fondo della proposta del Papa che non rifiuta l’economia o il denaro in blocco, ma “un modo particolare di usare il denaro o di fare economia”. La crisi finanziaria del 2007 è tutt’altro che passata, ha esordito il vaticanista de La Stampa, anzi “coloro che si erano arricchiti allora, oggi si stanno arricchendo ancora di più”. Basta un dato per rendere l’idea: i prodotti derivati sono passati dai 596 mila miliardi dell’inizio della crisi ai 710 mila miliardi di oggi. Non è cambiato niente, anzi. “In questo contesto il Papa alza la mano e fa una semplice domanda: si può cambiare qualcosa?”. E lo fa non da simpatizzante marxista, come molti hanno voluto dipingerlo ma “semplicemente seguendo la lunga tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa”. Parole come quelle di Pio XI, pronunciate pochi anni dopo la prima grande crisi di Wall Street del ’29, contro il “funesto ed esecrabile internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro”, forse oggi verrebbero tacciate di comunismo. “Lo stesso Giovanni Paolo II nella Sollecitudo Rei Socialis parlava di vere e proprie ‘strutture di peccato’, riferendosi agli eccessi del mercato capitalista”.
Come seguire allora questa sfida di Francesco? Innanzitutto “lasciandoci colpire dal reale: qualcosa avrà pur voluto dirci lo Spirito Santo con l’elezione di questo Papa! Perché mette al centro del proprio pontificato i poveri, i migranti, coloro che stanno agli estremi della società, cioè i giovani e gli anziani?”. Si tratta di pauperismo? “No, è vangelo”, risponde lo stesso Bergoglio nell’intervista contenuta nel libro di Tornielli, “la povertà allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei suoi averi ai poveri. (…) Il vangelo non condanna i ricchi, ma l’idolatria della ricchezza, quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero”.
Padre Charly e gli altri sacerdoti curas villeros fanno semplicemente questo, in fondo: vivono il vangelo. I primi ad andare nelle periferie, negli anni del post concilio, lo avevano fatto con l’intenzione di cambiare la situazione in questi quartieri poveri. Ma hanno finito per essere cambiati innanzitutto essi stessi. Vale per loro la descrizione che una parrocchiana fece di uno dei primi curas villeros, Rodolfo Ricciardelli: “si è fatto amico dei poveri e non è venuto per aiutare i poveri: sono due cose diverse”. Bergoglio li ha definiti ‘uomini che pregano e lavorano’, proprio come i monaci benedettini, che hanno contribuito in modo decisivo alla rinascita della nostra civiltà dopo il crollo dell’impero romano.
“L’affetto che ho incontrato nella villa non l’ho trovato in nessun altro luogo”, ha detto padre Charly nella nostra intervista, “ci sono una fede, una solidarietà, un’ospitalità che non avevo visto prima. Io vi esorto a formare una comunità, vi esorto ad andare in periferia, perché dove non possiamo coprirci degli elementi di comfort, c’è un’altra vita. In questo contesto mondiale io non credo in una mistica che non sia anche una mistica sociale”. Una provocazione autentica per ognuno di noi.

Alessandro Caprio

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