Crisi e destino. Contributi sparsi

63013In attesa della pubblicazione del testo dell’incontro, pubblichiamo alcuni contributi sul tema.

Davide Prosperi

Abbiamo bisogno di ricordarci le ragioni per cui vale la pena ricominciare, perché siamo immersi in una grande confusione, sociale, politica, ma soprattutto in una grande crisi economica e del lavoro, che mette a repentaglio seriamente la speranza di un popolo. E allora siamo qui per dirci perché vale la pena ricominciare.

Il Papa, intervenendo al Parlamento tedesco la settimana scorsa, durante il suo viaggio in Germania, ha posto senza mezzi termini la questione radicale di cosa voglia dire oggi stare davanti all’urgenza del bene di un popolo: «Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto» (Benedetto XVI, Discorso al Parlamento federale, Berlino, 22 settembre 2011). Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale?

Il 26 gennaio scorso, presentando Il senso religioso, don Carrón ha lanciato a tutto il movimento la grande sfida di quest’anno: il senso religioso come verifica della fede. Che vuol dire: la fede vissuta come giudizio sulla realtà è capace di suscitare un’umanità piena, una ragione che resiste davanti agli assalti del nostro tempo, dominato, come ha detto il Papa, da una concezione positivista?

Don Julian Carron

Solo una «ragione aperta al linguaggio dell’essere» (Benedetto XVI, Discorso al Parlamento federale, Berlino, 22 settembre 2011), come ha appena detto il Papa in Germania, può raggiungere il reale, senza rimanere prigioniera delle interpretazioni che aggiungono solo incertezza a incertezza, come vediamo oggi a tutti i livelli.

Clara Gaymard (figlia del biologo Jerome Lejeune)

La crisi ci ha ricordato che dobbiamo tornare alla realtà. L’economia è al servizio dell’uomo e non viceversa. Dobbiamo mettere non soltanto l’etica, ma anche la persona al centro dell’economia. La crisi è stata causata da persone che pensavano di essere più abili delle altre, non dalla mancanza di conoscenza. Le persone coinvolte erano fra le più pagate, più competenti e capaci, eppure hanno fallito. E questo è avvenuto perché erano in una bolla che non c’entrava nulla con la realtà. (e chiude parlando di suo padre) Nel tempo la scienza ha dimostrato che quello che lui ha scoperto con la sua ricerca e con la sua fede era vero, e questo perché mio padre grazie alla fede era umile davanti alla realtà.

Benedetto XVI: economismo intrattabile e edonismo

La tecnica che domina l’uomo lo priva della sua umanità. L’orgoglio che essa genera ha fatto sorgere nelle nostre società un economismo intrattabile e un certo edonismo, che determina i comportamenti in modo soggettivo ed egoistico. L’affievolirsi del primato dell‚umano comporta uno smarrimento esistenziale e una perdita del senso della vita. Infatti, la visione dell’uomo e delle cose senza riferimento alla trascendenza sradica l’uomo dalla terra e, fondamentalmente, ne impoverisce l’identità stessa.

Giorgio Vittadini

La certezza non nasce dalle circostanze, nasce da quest’uomo che è più grande, un uomo dotato di desiderio, un desiderio che non si riduce perché il nostro cuore è sempre più grande. Da questo una grande capacità di realismo e la capacità di ripartire sempre. Il grande rischio è la riduzione di questo desiderio, il fatto che uno non crede più nel proprio cuore. La ricostruzione dell’umano e della società avviene quando si incontra un io che facendo l’opera non riduca il bisogno, non riduca la risposta al bisogno. Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo.

Bernard Scholz: Senza crescita non c’è futuro

L’economia è sempre espressione di una certa cultura perché ognuno prende le sue decisioni in base a delle certezze – come diceva il titolo del Meeting -, a delle prospettive, a delle convinzioni. In base a questo investe soldi, energie, conoscenze. Come dicevo, noi siamo profondamente convinti che il vero problema sia la crescita, e la crescita dipende dalla società civile, e la società civile dipende dalla responsabilità che ognuno si assume.

Il Papa ha più volte detto che la crisi economica è figlia di una crisi morale.

(…) il profitto è uno strumento. Invece il profitto è diventato uno scopo. Il problema morale è un problema culturale e comunque è un problema educativo. Qui sta il punto di svolta di cui tutti abbiamo bisogno in questo momento, in cui si intravede anche una possibilità: perché la crisi ha reso palese questo dilemma, lo rende palese tutti i giorni, perché la modalità con cui le Borse affrontano l’economia reale è indicibile, non c’entra proprio più niente con i valori reali che si creano. E da questo punto di vista spero che sempre più persone diventino coscienti di questo problema.

La certezza che i talenti e le risorse che ti sono messe a disposizione ti sono date per costruire. Anche se le condizioni sono sfavorevoli noi dobbiamo avere la certezza che la vita è data per costruire e che le condizioni vanno affrontate per quello che sono. Io non posso farmi definire nelle mie certezze dalle condizioni nelle quali vivo. Qualsiasi difficoltà nella storia è stata superata con questa certezza. Quando questa certezza è venuta meno le culture sono cadute e non sono più state in grado di generare.

in questo momento la leva vera è l’internazionalizzazione. Le aziende nostre devono lavorare con e all’estero. Questo potrebbe costituire tra l’altro una svolta epocale, nel senso che la collaborazione fra paesi europei, paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo diventa un aiuto per tutti. Quindi io sono contrario a qualsiasi chiusura rispetto ad altri mercati ma dobbiamo trovare forme di collaborazione reale con i mercati indiani, cinesi, sudamericani, dell’Europa dell’Est. Quindi è una situazione difficile per l’Europa che però può diventare per tutti un nuovo inizio.

Quando si parla di internazionalizzazione si pensa subito alla delocalizzazione, la ricerca di mano d’opera a basso costo in altri paesi. Ma non è questo il punto. Tra l’altro chi è andato all’estero perché il costo del lavoro era inferiore sta già tornando indietro. Per due ragioni. La prima è che in quelle nazioni in cui si è andati si alza già il livello di vita e quindi anche lì prima o poi il costo del lavoro aumenta. La seconda è che chi ha fatto questo solo per una questione di riduzione di costi dimostra una propria debolezza nella capacità di sviluppo imprenditoriale, tale che non riesce comunque a portare avanti il suo progetto. Se tu vai in Cina solo perché il costo è inferiore ti fai male, se vai in Cina perché lì c’è un mercato, perché lì ci sono persone con le quali puoi sviluppare questo mercato allora è ragionevole.

Bernard Scholz: Ci manca una società civile forte

Cosa veramente prescinde dalla dimensione religiosa o si può chiamare fuori dalla religione? Ogni agire umano è espressione della ricerca di una felicità perfetta e duratura anche laddove si intraprendono cammini che conducono a esiti drammatici.

Il Cristianesimo vive della certezza della fede, ma tale certezza non è un punto di arrivo, bensì la capacità di aprirsi alla realtà. Rinvigorisce la comprensione e  il desiderio di cambiare e si pone in dialogo attivo con tutto ciò che è autentica ricerca umana, in tutte le sue forme e accezioni. L’ecumenismo e il dialogo interreligioso sono da sempre costanti e pilastri del Meeting.

Un po’ tutti gli aspetti ma soprattutto la dimensione culturale della fede, come appunto cercavo di rappresentare. La questione del senso della vita deve immancabilmente riallacciarsi al significato di tutto ciò che caratterizza la vita stessa: scienza e istruzione, politica ed economia, e non solo su un piano generico o epidermico, ma concretamente in relazione ai vari meccanismi che poi condizionano il comportamento umano.

(…) il vero problema è dato dalla mancanza di una società civile che superi l’individualismo imperante e si concentri con slancio e vigore sull’istruzione, il federalismo, la snazionalizzazione e lo snellimento della burocrazia per lasciare il giusto spazio alle forze sociali davvero impegnate. La politica italiana di ogni schieramento non ha  fatto altro che autoincensarsi, ma infine è venuta allo scoperto. Chi si dà alla politica oggi deve avere la forza di operare in modo coraggioso e realistico attuando riforme, altrimenti si rischia di allargare a macchia d’olio il fronte sterile delle critiche e delle  proteste fini a se stesse. Occorrono forze sociali nuove e mature sul piano politico che riconoscano e promuovano il primato della società civile e dello spazio apolitico.

Bernard Scholz: “Dopo i tagli? Costruire ripartendo dal basso”

“Non basta tagliare, l’Italia ha bisogno di costruire, partendo dal basso, dal popolo”. Per Bernhard Scholz, presidente di Compagnia delle Opere, “se non si promuove la crescita le manovre saranno toppe senza effetti e non basteranno mai”.

I problemi che abbiamo di fronte richiedono una certezza che non dipende dalle condizioni economiche e politiche, ma da una convinzione che ci  rende liberi e quindi capaci di affrontarli. La crisi e il debito pubblico sono in gran parte frutto della mentalità del “tutto subito”, senza pensare alla sostenibilità di certe operazioni. È mancata e manca ancora la certezza che un sacrificio oggi può portare a un domani più umano e più bello oltre che alla maturazione della persona e della società civile. Il tema della certezza è, in un certo senso, il tema esistenziale più  importante per una nuova socialità e una creatività capace di fatiche sensate per costruire una vita personale e sociale più consona ai desideri autentici di tutti. L’esperienza cristiana testimonia che ciò è possibile . Certo, ci vuol tempo, ma un grande impegno da subito.

Nemmeno la locomotiva tedesca regge. Le analisi economiche conducono tutte a conclusioni incerte, se non tragiche. Che cosa potrà salvarci, allora? Penso che ci aspettano momenti difficili, forse drammatici, ma non tragici. Occorrerà ridimensionare il debito pubblico, fare riforme fiscali che abdichino alla logica statalistica ridistributiva, lasciando alle famiglie e alle imprese ciò di cui hanno bisogno. Occorreranno delle riforme per passare dal welfare state alla welfare society valorizzando il terzo settore in modo veramente sussidiario. Le imprese profit e non profit devono andare avanti con maggiore impegno a innovare e  internazionalizzarsi. Ma finché ci aspettiamo risposte salvifiche, la situazione peggiorerà: si tratta di riscoprire che l’attività lavorativa di ognuno, l’impegno economico delle imprese, la politica stessa sono forme che, per loro natura, debbono servire al bene di tutti.

Si parte subito alla grande con il presidente Napolitano. Qui il tema, i 150 anni di sussidiarietà, sembra indicare una prospettiva da cui ripartire, una lettura originale dell’unità d’Italia, trascurata dalla storiografia ufficiale. Sì, è un approccio che non parte dallo Stato e delle sue istituzioni, ma dal popolo e dai suoi sforzi creativi che poi si sono anche rispecchiati istituzionalmente, come dimostra la Costituzione del 1948. In Italia esiste una tradizione che possiamo chiamare a tutti gli effetti sussidiaria e che conviene ricordare bene, perché contiene un messaggio chiaro per la situazione in cui siamo. Questo è già avvenuto in momenti di grande difficoltà, ad esempio nel dopoguerra, come documenta la mostra del Meeting. In questa chiave sono importanti i segnali di nuovi accordi fra le parti sociali, nuove forme di collaborazione tra le associazioni, come il Forum delle associazioni di ispirazione cristiana. Un altro segnale è la crescita delle reti fra imprese. Più una società di questo tipo cresce, più lo statalismo diminuisce e più l’Italia e l’Europa saranno capaci di affrontare le sfide che si trovano davanti.

Ugo Bertone

Guai a vedere la crisi italiana come si è fatto in questi anni, in una chiave puramente interna. Da affrontare e risolvere con i tempi e i modi di casa nostra. A partire dallo scorso luglio, quando è apparso evidente alla comunità internazionale che l’Eurozona non aveva in serbo una ricetta in grado di scongiurare il collasso della Grecia, c’è stato un salto di qualità della crisi. I problemi dei singoli Paesi sono diventati il problema che riguarda tutti. La domanda, in altri termini, non è più se la Grecia si salverà o meno bensì: come e in che misura l’Europa saprà sopravvivere a uno shock più pesante di quello subito ai tempi di Lehman Brothers?

L’Italia, che è un’economia chiave del sistema (la seconda potenza manifatturiera della Ue, la terza economia e il secondo debito pubblico in cifre assolute oltre che il primo in rapporto al Pil), rappresenta una parte determinante della risposta. Il Paese è troppo grande per fallire da solo senza trascinare gli altri in una caduta senza limite. Ma è anche troppo grande per essere salvato. Ergo, l’Italia rischia di trascinare l’Europa in una crisi senza ritorno. Ma gli altri non possono fare molto se l’Italia non si aiuta da sola, perché, anche se ci fosse la volontà politica di farlo, non ci sono mezzi a sufficienza per salvare l’Italia.

Non dimentichiamo la lezione della Grecia. Il vero collasso non dipende dall’assenza di quattrini, bensì dalla constatazione, dopo anni di interventi straordinari, che la società greca non risponde alle sollecitazioni del resto d’Europa: l’evasione aumenta anziché calare, a causa dell’esasperazione di chi paga le tasse; le privatizzazioni, più volte annunciate, restano sulla carta; il personale nei ministeri aumenta, invece che calare. Insomma, cresce la voglia di voltare le spalle all’Europa, sottovalutando le conseguenze disastrose della scelta. Così come cresce a Nord la voglia di liquidare Atene senza troppi complimenti, nonostante costi non inferiori.

Se lo stesso atteggiamento prendesse piede dalle nostre parti, a danno di chi investe e produce e a vantaggio delle tante posizioni di rendita, anche quelle non ricche delle pensioni di anzianità (non dimentichiamo che 14 milioni di italiani riceveranno una pensione superiore a quanto versato) sarà un disastro vero. Ma ci vuol tanto a raccontarlo agli italiani?

Ugo Arrigo

Fare serie riforme richiede tuttavia di scegliere un preciso modello di Stato: quello liberale classico, che aveva per obiettivo solo di garantire le regole della competizione tra gli attori e l’equità del gioco? O quello di tipo socialdemocratico che, senza rinunciare all’obiettivo precedente, voleva garantire che alla fine del gioco tutti avessero un risultato minimo, in grado di permettere la soddisfazione di bisogni fondamentali? Possiamo ancora permetterci il modello consociativo, nel quale il governo era chiamato a garantire i risultati economici di tutti, trasferendo i relativi costi alle generazioni future? Oppure il modello protezionista nel quale il governo protegge le corporazioni che lo votano facendo ricadere i costi sulle altre e/o, ancora, sulle generazioni future? È evidente che gli ultimi due modelli, tra i quali hanno oscillato entrambe le nostre due repubbliche, non possiamo più permetterceli, ma non è facendo manovre, e soprattutto facendole fare a Tremonti, che ne veniamo fuori.

Marco Fortis

Se avessimo un punto di vista largamente condiviso su come affrontare la crisi, con i numeri che abbiamo ne usciremmo meglio di altre nazioni.

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