Peguy, un atomo di stupore

Foto blogUn manifesto pasquale del movimento di Comunione e Liberazione del 1991 riportava un passo di Péguy che dice: “C’era la cattiveria anche al tempo dei romani. Ma Gesù venne. E tagliò corto. In un modo molto semplice: facendo il cristianesimo”. Ci sembra di poter dire la stessa cosa per Charles Péguy. Anche lui taglia corto, in un modo molto semplice. Mentre scrive, fa il cristianesimo”.

Così Flora Crescini, insegnante e curatrice dell’antologia “Lui è qui”, edita da Rizzoli, ha introdotto il 12 febbraio presso la Chiesa del Suffragio la figura dello scrittore francese, nell’incontro dal titolo “Un atomo di stupore”, il primo appuntamento di un ciclo volto ad approfondire uno dei grandi della cultura, del quale il teologo Von Balthasar ha detto “non si è mai parlato così cristiano”.

E’ stato il racconto della vita di Péguy, attraverso brani delle sue opere lette dall’attore Giorgio Bonino, brani che hanno rivelato l’attualità di uno scrittore cristiano su temi come la modernità e il cristianesimo, la grazia e la speranza; soprattutto la vita di un uomo, tornato al cristianesimo dopo un periodo socialista e dopo aver scoperto che la vera giustizia non era nemmeno lì.  Un uomo che nella sua vita lotta, litiga, discute con la maggior parte dei grandi pensatori del suo tempo, attraverso la pubblicazione del suo giornale i “Cahiers de la Quinzaine”. Un uomo che tornato al cristianesimo passa la vita alle soglie della Chiesa. Rimarrà, infatti, rimarrà sposato per volere della moglie solo civilmente e solo alla fine, dopo la sua morte, lei si convertirà e battezzerà i suoi tre figli.

Un uomo che, pur in questa condizione, compie un pellegrinaggio a Chartres per affidare il figlio malato alla Madonna: “Col terzo mistero, quello dei Santi Innocenti, Péguy cessa di lottare contro se stesso e nel giugno 1912 compie un pellegrinaggio a Chartres. Anche per chiedere la guarigione di un suo figlio, ammalatosi gravemente. Confida all’amico Lotte: Vecchio mio, sono molto cambiato da due anni. Sono un uomo nuovo. Ho molto sofferto e molto pregato. Tu non puoi sapere. Vivo senza sacramenti. E’ una follia. Ma ho dei tesori di grazia, una sovrabbondanza di grazia inconcepibile… Ho fatto un pellegrinaggio a Chartres. Tutte le mie impurità sono svanite in un sol colpo. Ero un altro uomo. Ho pregato un’ora nella cattedrale. Ho pregato, vecchio mio, come mai ho pregato. Ho potuto pregare per i miei nemici. Il mio bambino è salvo, li ho affidati tutti e tre a Nostra Signora. I miei figli non sono battezzati: è una follia. Che la Santa Vergine se ne occupi. Sono un peccatore, ma un peccatore che ha tesori di grazia e un angelo custode stupefacente. Gli Innocenti erano un’anticipazione. Ciò che esprimevo non l’avevo mai praticato. Ora, mi abbandono”.

Un uomo mai domo, che ha regalato pagine di poesia in cui Dio parla con un amore sconfinato alla sua creatura.

Lo so, io, quant’è difficile.

E quante volte penano tanto nelle loro prove.

Ho voglia, sono tentato di metter loro la mano sotto la pancia,

per sostenerli nella mia larga mano,

come un padre che insegna a nuotare a suo figlio,

nella corrente del fiume,

e che è diviso tra due sentimenti.

Perché, da una parte, se lo sostiene sempre e se lo sostiene troppo

il bambino ci confiderà e non imparerà mai a nuotare.

Ma anche se non lo si sostiene bene e al momento buono

quel bambino si troverà a bere…

Questa è la difficoltà ed è grande…

Se lo sostengo troppo espongo la sua libertà.

E se non lo sostengo abbastanza, espongo la sua salvezza:

due beni in un certo senso quasi ugualmente preziosi.

Perché quella salvezza ha un valore infinito.

Ma cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera?

Come sarebbe qualificata?

Noi vogliamo che questa salvezza l’acquisti da sé,

lui stesso, l’uomo. Sia procurata da lui. Venga in un certo senso da lui stesso.

Tale è il segreto, tale è il mistero della libertà dell’uomo.

Tale è il valore che noi diamo alla libertà dell’uomo.

Perché io stesso sono libero, dice Dio, e ho creato l’uomo a mia immagine e somiglianza…

Questa libertà – di questa creatura – è il più bel riflesso che ci sia nel mondo della libertà del Creatore. (Gli innocenti)

Un uomo che da socialista scrive il suo primo dramma su Giovanna d’Arco e che come ha raccontato Flora Crescini “Jeanne d’Arc pubblicato nel 1897, contiene già tutte le intuizioni delle grandi opere cristiane di Péguy, di cui abbiamo anticipato alcuni passi: tale dramma è caratterizzato da quello che è il dramma personale dell’autore, ossia l’inquietudine di fronte al problema dell’eterna perdizione: “Quello che ci è più estraneo nella fede cristiana, quello che ci è più odioso, quel che è barbaro, quello che urta i migliori cristiani, quello per cui i cristiani migliori se ne sono andati, o silenziosamente allontanati, è questa strana combinazione della vita e della morte che noi chiamiamo dannazione, questo rinforzo della presenza attraverso l’assenza e questo rinforzo di tutto attraverso l’eternità”. (5.4.1900, Toujours de la grippe) Un uomo che nel 1904, cioè cento anni fa, capisce che: “Il mondo moderno, lo spirito moderno, laico, positivista e ateo, credono di essersi liberati di Dio e in realtà, per chi vuole oltrepassare le formule, mai l’uomo è stato tanto imbarazzato da Dio. Quando l’uomo si trovava in presenza degli dei, poteva più nettamente rimanere uomo. Essendo Dio al proprio posto di Dio, il nostro uomo poteva rimanere al proprio posto di uomo. Con una ironia veramente amara, è proprio nell’età in cui l’uomo crede di essersi sbarazzato di tutti gli dei che lui stesso non si mantiene più al suo posto di uomo, e che, al contrario, si trova ingombrato da tutti gli dei. Di fronte allo zero-Dio il vecchio orgoglio fa il suo lavoro, lo spirito umano ha perso il suo equilibrio, la bussola è impazzita”. (30.10.1904, Zangwill) e che comprende fino al fondo la vera natura del cristianesimo e quello che il mondo moderno ha cercato di eliminare “Ciò che è al cuore…, ciò che costituisce il proprio del cristianesimo è questo incastro maschio e femmina, questo innesto, questo aggiustamento di due pezzi, così straordinario, così inverosimile, l’uno nell’altro… : il temporale nell’eterno e l’eterno nel temporale” (Clio 1), con una grande certezza: “Ma, ancora una volta, nell’insicurezza del mondo moderno, nell’insufficienza delle dottrine moderne, nel vuoto troppo evidente, troppo appariscente dell’intellettualismo moderno, in questa insufficienza, in questa scandalosa irrealtà, in questa intellettualità, in questa sterilità, il vecchio tronco ancora una volta farà spuntare foglie e rami, ancora una volta la vecchia quercia lavorerà il vecchio tronco, ancora una volta la Grazia lavorerà. Essa lavora già, amico mio”. (Clio 1)

Che cosa ha lasciato Peguy. Così ha concluso Flora Crescini: “Cosa dobbiamo a Péguy? E, mi si conceda, cosa deve Dio a Péguy? “Il problema temporale forse è tutto qui, guadagnare se è possibile (e ciò non è affatto essenziale), ma senza perdere, guadagnare, ma soprattutto, ma essenzialmente non perdere in stupore e novità, non perdere questo fiore, se è possibile, non perdere, insomma, un atomo di stupore”. (Clio 1)

Per approfondire rimandiamo ad una scheda su Peguy su Tracce.it e alcuni articoli:

Tirerò Péguy fuori dal ghetto, intervista a Alain Finkielkraut (30Giorni, giugno 1992)

Il mistero di Péguy, Pigi Colognesi, lunedì 8 febbraio 2010, Il Sussidiario.net

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